Al di là della regola

16 ottobre 2012. In occasione delle Celebrazioni ufficiali italiane per la GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE nel Salone monumentale della Biblioteca viene presentato il libro “Il cibo dei chiostri. Piatti e dolci della tradizione monastica” di Angelo D’Ambrosio.

Da parte nostra celebriamo la ricorrenza con questo editoriale. Si tratta di un articolo pubblicato nel catalogo della mostra dal titolo Il cibo e la regola, allestita in Casanatense per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione 1996.


di Sabina Fiorenzi
La negazione del cibo nella vita dei santi e dei beati domenicani

Tutto quello che ti ho detto, lo disse già la mia Verità. Te l’ho esposto da capo, parlandoti io in sua persona, affinché tu conosca l’eccellenza in cui si trova l’anima, che ha salito questo secondo scalone, dove conosce e acquista tanto fuoco d’amore, che corre subito al terzo, cioè, alla bocca; così manifesta di essere giunta allo stato perfetto. Di dove passò? Per il cuore. Poiché per la memoria del Sangue, nel quale si ribattezzò, lasciò l’amore imperfetto, conoscendo il vero amore del cuore, vedendo, gustando e provando il fuoco della mia carità. Essi sono giunti alla bocca, e lo dimostrano col fare l’ufficio della bocca. La bocca parla con la lingua, che è in essa; il gusto gusta; la bocca ritiene il cibo, porgendolo allo stomaco; i denti lo schiacciano, perché altrimenti non si potrebbe inghiottire. Così fa l’anima. Prima parla a me con la lingua che sta nella bocca del santo desiderio, cioè con la lingua della santa e continua orazione. Questa lingua ha una parola esteriore e una mentale… Dico che ella mangia, prendendo in cibo l’anima sulla mensa della santissima croce, poiché non potrebbe in altro modo o in altra mensa mangiare veramente un tale cibo perfettamente. Dico che lo schiaccia coi denti, altrimenti non lo potrebbe inghiottire; lo schiaccia con l’odio e con l’amore, che sono due file di denti nella bocca del santo desiderio, la quale riceve il cibo e lo schiaccia con l’odio di se’ e con l’amore della virtù… E poi che ha schiacciato questo cibo, lo gusta assaporando il frutto della fatica e il diletto del cibo delle anime, gustandolo nel fuoco della carità mia e del prossimo. Così questo cibo giunge allo stomaco: lo stomaco del cuore, che per il desiderio e la fame delle anime si era disposto a riceverlo, con amore cordiale, con diletto e dilezione di carità verso il prossimo. Poi se ne diletta, e lo rumina in modo siffatto, che perde ogni tenerezza verso la sua vita corporale, per poter mangiare di questo cibo preso sulla mensa della croce, che è la dottrina di Cristo crocefisso. Allora l’anima ingrassa nelle vere e reali virtù, e tanto si rigonfia per l’abbondanza del cibo, che viene a rompersi il vestito della propria sensualità, cioè dell’appetito sensitivo del corpo, che ricopre l’anima. Chi crepa, muore. Così la volontà sensitiva rimane morta. Questo avviene, perché la volontà ben ordinata dell’anima è viva in me, è vestita della mia eterna volontà, e perciò muore la volontà sensitiva. Questo fa l’anima che in verità è giunta al terzo scalone, voglio dire alla bocca; ed il segno che vi sia giunta è questo: ella ha ucciso la sua volontà, e perciò muore la volontà sensitiva…“. Caterina da Siena, Dialogo della divina Provvidenza, cap. 76

Sembra quasi paradossale che proprio S. Caterina elabori una metafora così strettamente connessa al tema del cibo, un aspetto della vita umana che questa santa ha sempre fortemente aborrito e strenuamente negato. Pure, in questa lunga descrizione del percorso del cibo – quello spirituale, vero nutrimento dell’anima (e solo nutrimento anche del corpo, per quanto la riguarda) quale sono l’ardente carità e la santa e continua orazione – si avvertono una sorta di compiacimento, una tale puntigliosa precisione, un’attenzione verso questo iter (portare alla bocca, masticare con i denti, assaporare con il gusto, deglutire affinché il cibo giunga allo stomaco e quindi al conseguimento della sazietà e della grassezza), che si giustificano soltanto se si pensano scritte da qualcuno che questo processo – corporale questa volta – ha analizzato a fondo per appropriarsene e poi disfarsene d’un colpo solo, come chi molli una pesante zavorra che ostacoli il suo volo. La zavorra che ostacola il volo dell’anima verso Dio è proprio il corpo con i suoi bisogni primari: in primo luogo quello di nutrirsi.

Una rigidità e un rigore già al limite delle umane capacità erano richiesti ai religiosi domenicani, uomini e donne che sceglievano questo Ordine per una vocazione forte all’apostolato, ma anche, evidentemente, per desiderio di abbandonare il mondo: due esigenze solo in apparenza contrastanti, al contrario perfettamente coesistenti. Personaggi assolutamente extra-ordinari sono invece coloro i quali, scelta la nuova famiglia in cui vivere al servizio di Dio e del prossimo, con un piccolo balzo, quasi inavvertitamente, oltrepassano il fossato che divide gli uomini dai santi. Al di là di quel fossato c’è una terra solitaria e arida, dove l’unico nutrimento dell’anima affamata di Dio è la preghiera e l’unico calore che essa riceve proviene dal fuoco ardente della carità.

Il racconto agiografico narra, con varianti più o meno fantasiose in uno schema piuttosto rigido, le tappe della vita dei santi, dei beati, dei venerabili, uomini e donne, ponendo alla base di tutto una pregiudiziale: ognuno di essi ha rinunciato a nutrirsi, qualcuno immediatamente, addirittura prima di nascere, inducendo la madre che lo porta ad astenersi da certi cibi. Altri, certo inconsapevolmente, fin dai primissimi istanti di vita rifiutano il latte e seguitano a non mangiare per giorni interi, senza che questo influisca negativamente sul loro stato di salute. Tutto ciò viene interpretato e proposto al lettore come un segno della benevolenza del Signore nei confronti di questi suoi eletti. Ma perché ad un gesto così comune, così naturale e primitivo nel suo più elementare significato legato alla perpetuazione della vita, viene attribuito un valore così fortemente negativo, tanto da far assurgere la semplice azione del cibarsi ad anticamera dell’Inferno? Lo dice Caterina: a causa dell’odio di se’ e per amore della virtù, e l’odio di se’ passa necessariamente attraverso l’annullamento della propria corporalità.

Domenico, nell’adottare per sé e per i suoi la regola di S. Agostino, aveva compiuto una scelta molto precisa: aveva voluto una regola a maglie larghe, da infittire con le costituzioni premostratensi, da irrigidire ulteriormente, per quanto riguarda le norme sul cibo e sul digiuno, con una visione restrittiva, una posizione di quasi rifiuto verso questi aspetti, da sempre oggetto di riflessione e di finale negazione nella vita dei religiosi. Egli aveva posto un accento molto marcato sulla necessità assoluta di astinenza e digiuno sia da parte sua che dei suoi frati, dai quali esigeva categoricamente il rispetto di questi precetti. Povertà e, di conseguenza, mendicità sono i fondamenti dell’Ordine e l’intransigenza e la severità, ai limiti della crudeltà, di Domenico vengono tramandate in tutte le Vite del Santo:

Et non solo volse il santo padre la povertà nelle fabriche, ma oltre quello… la bramava anco in tutte l’altre cose & spetialmente nel mangiare, talche non voleva per niun modo acconsentire, che si provedesse di cibo, un giorno per l’altro, perloche molte volte occorrendo, che i Frati si trovavano senza pane, e senza altro che vivere, egli se ne prendeva tanto gusto & tanto contento di questo, come haverebbe fatto un’altro d’ogni pretioso tesoro acquistato. Et se talhora per il contrario occorreva, che havessero i suoi religiosi, con qualche abbondanza il cibo, se ne affliggeva di dentro, mostrando anco al di fuori, non piccioli segnali di questo suo discontento. Laonde una volta dando ai frati alla mensa il Procuratore, un puoco più di quello, che secondo il suo parere era conveniente a quella rigorosa astinenza… egli gridò forte e riprese aspramente il detto Procuratore dicendoli, adonque mi volete uccidere i miei Frati? E pure… non haveva ecceduto il procuratore in altro, che in dare a i Frati qualche ovo di più o qualche puoco di pesce, oltre l’ordinaria & miserabile pittanza, che si dava loro“. G. M. Pio, Della nobile et generosa progenie di S. Domenico, p. 409.

Questa ricercata penuria di cibo faceva sì che molto spesso i frati del convento di Domenico non avessero proprio nulla da mangiare, situazione questa che dette origine al compimento di almeno due miracoli da parte del santo. I frati non avevano nemmeno di che comporre la “pittanza”: avvertito di ciò, Domenico li radunava tutti in chiesa e con essi si poneva a pregare il Signore, confidando più in lui che negli uomini. Ma un giorno in convento non c’era nemmeno un tozzo di pane: “Onde avvenne… che l’istesso Procuratore l’andasse a ritrovare [S. Domenico] e gli dicesse, che non haveva in convento più che due pani & che non sapeva come provedere di mangiare a i Frati in tutto quel giorno… Figliuolo, rispose, non vi date affanno & non vi disperate, perché non vi mancarà il pane per tutti no. Cosi fattosi dare egli quel pane, ne fece tanti piccioli pezzi, quanto era il numero dei frati (che pure era grande) & poi fatta fare la benedizione della mensa, postisi tutti a tavola mangiarono abbondantemente & a sazietà, pascendosi di quel solo puoco pane, e non d’altro, con tanto gusto e sodisfattione, quanto se si fossero pasciuti di copiose e lautissime vivande…“. Op. cit., ibidem

E la seconda volta ci fu il famoso intervento dei due angeli che rifornirono i frati di pane e fichi secchi.

La decisione di aderire alla regola domenicana appare alle volte dettata dalla casualità, come la presenza di una comunità di predicatori nella zona in cui gli aspiranti religiosi vivono; ma spesso anche dal desiderio di aderire ad uno stile di vita monastica particolarmente severo per quanto riguarda le norme alimentari. Caterina de’ Ricci, volendo abbracciare giovanissima la vita religiosa, visitò molti monasteri prima di far cadere la sua scelta su quello di S. Vincenzo di Prato, perché le sembrò di ritrovarvi la primitiva austerità del dettato di S. Domenico. La via della perfezione è lastricata di rinunce, astinenze, mortificazioni corporali e morali; la sofferenza dell’uomo, per quanto grande, non è nemmeno paragonabile a quella di Cristo sulla Croce, e all’immedesimazione nella Passione, fine ultimo del misticismo, si arriva soltanto negando la natura umana e tutte le sue miserie. Prima delle quali la necessità di nutrirsi. Perciò sia uomini che donne si sostentano miracolosamente con l’Eucarestia, digiunano per giorni e giorni (anche 80 di seguito, come si narra di S. Caterina da Siena), ingoiano a mala pena un po’ di pane, erbe o legumi, mortificano il gusto cospargendo di cenere quel cibo già miserrimo, rifiutano anche il poco vino che pure sarebbe consentito dalla regola che seguono. O meglio, che dovrebbero seguire.

Infatti la loro astinenza va ben al di là delle norme, cui pure sarebbero tenuti ad obbedire: il digiuno totale è pratica costante e solo le insistenze dei familiari o dei confratelli o del medico o del confessore servono rarissime volte a indurli ad assumere qualche particella di pane in più o qualche genere di conforto, esclusivamente durante la malattia.

Ma quasi sempre l’eccedente rispetto alla loro rigida dieta abituale viene espulso: “Sarà qui luogo di far menzione della sua astinenza, la quale fu così rigorosa e continua che tutta la di lei vita può riputarsi un perpetuo digiuno incominciatosi fin da bambina, quando placidamente se ne rimaneva senza poppare per notabile spazio di tempo, e talvolta per qualche giorno intero. Pargoletta non volle mai cibarsi né di frutta dolci, e mature, né di carne. E quantunque poi crescendo fosse stata da’ genitori forzata a mangiar di questa, pur tuttavia in udirsi alcuni mesi dopo dal suo primo confessore spiegarsi cosa fosse digiuno, ripigliò subito la sua primiera astinenza da ogni sorta di carni, da cui non fu più possibile rimuoverla. Adulta poi ristoravasi una sola volta il giorno con sì tenue quantità di pane, che non giungeva alle due oncie, e con poche frondi d’insalata. Talora mangiava qualche minestra di legumi, avvanzo di quattro, o cinque giorni, ben spesso inverminita. Beveva acqua pura, ovvero aceto, e di questo in gran copia, per più mortificarsi, o bollitura di lupini, colla farina de’ quali formava ancor biscotti da mangiarsi in vece del pane. Alle volte passava le giornate, ed anche settimane intere senz’affatto gustar alcuna sorta di cibo, sostentandosi con acqua sola. Generalmente poi sul vitto osservò la Regola datalene da santa Catarina, e fu questa. Dal dì 14 settembre, in cui si celebra l’Esaltazione della S. Croce, sino a Natale, pane e frondi d’insalata. Da Natale al primo giorno di Quaresima, pane ed acqua. Da Quaresima a Pasqua ripigliava l’insalata. Nel rimanente dell’anno, o pane, o minestra nel modo sopraddetto. Per insalata usava certa misticanza di frondi di carciofi, ruta, assenzio, o di altre erbe amarissime. E sebbene il Confessore verso gli ultimi anni della vita la obbligò a moderare così rigida astinenza, nulladimeno ciò non servì, che ad accrescerle tormento, mercecché appena prendeva qualche cibo, o brodo sostanzioso, era costretta a vomitarlo non senza molto travaglio, e pena di stomaco. Volle anche il Signore in diverse occasioni manifestare su di ciò il suo volere con diversi prodigj, de’ quali ci contenteremo di notarne alcuni. Discacciata Claudia una volta da casa, e rifiugiatasi presso una sua vicina, questa volle farle mangiare certa carne; ma appena presone un boccone sentì subito infradicirsi il palato, e le dita, che toccata l’aveano. Onde le convenne sputarla immediatamente da bocca. In altro tempo avendo ella posto a cuocere sopra la bracie un fungo, che le era stato donato, questo ad un tratto cangiossi in rospo“. G. Marangoni, Vita della serva di Dio Suor Claudia de Angelis, p. 84-85.

Un altro esempio, tra i tanti che si possono portare: certamente il caso più celebre, quello di S. Caterina da Siena, alla cui regola di vita si ispirarono le religiose domenicane aspiranti alla perfezione che vennero dopo di lei: “Pervenuta all’età di sette anni… deliberò far voto a Dio di perpetua Verginità… Fatto questo voto, la Sagra fanciulla pensò per meglio osservarlo, astenersi dal mangiar carne. Perloche stando a tavola, le più volte la parte sua dava a Stefano sopranominato suo fratello; ovvero la gittava (ma nascostamente accioche la madre non le gridasse) alle gatte. E quello che stupore e maraviglia arreca si è che nell’animo suo in que’ giorni si accese un così ardente zelo e disiderio della conversione de’ peccatori e salute dell’anime, che le venne in fantasia più volte di mutar abito, e sotto spezie d’uomo, come un’altra Eufrosina, o Eugenia, entrare in alcun Monastero, o Convento, per poter meglio all’anime, che perivano, sovvenire… L’anno quindicesimo della sua età il vino, che prima tanto inacquato beeva, che niente altro riteneva che il colore, in tutto lasciò, della semplice e cruda acqua tutto il restante della vita sua contentandosi. Le carni, come di sopra abbiamo narrato, ne’ primi anni parimenti lasciò e tanto le aborriva, che eziandio dall’odore di quelle era offesa. Nel ventesim’anno in circa, si privò altresì dell’uso del pane, solamente di crude erbe pascendosi. Ultimamente non per uso, ne per natura, ma solo per divin miracolo… venne questa beata vergine a tanto alto stato, che benche il corpicello suo a molte infermità fosse soggetto, e da molte fatiche aggravato, nondimeno la consunzione dell’umido radicale in lei non aveva luogo, ne lo stomaco faceva l’uffizio suo di digerire, ne le forze corporali per la privazione del cibo e del bere in parte alcuna si debilitavano: di maniera che tutta la vita sua appariva miracolosa.” S. Razzi, Vita della gloriosa vergine S. Caterina da Siena, p. 6-7, 22-23.

Anoressia, si direbbe oggi. Vero: le donne diventavano ben presto anoressiche, mentre sembrerebbe che gli uomini affrontassero le astinenze e il digiuno senza particolare implicazioni di carattere psicologico. Non si parla quasi mai di vomito o di malesseri più o meno forti dopo l’assunzione del cibo da parte dei frati, mentre è frequentissimo, se non la norma, per le suore.

Gli uomini, che assolvendo alla loro missione di predicazione e seguendo le orme del santo fondatore, vivono una vita di maggior dispendio energetico, mettono sì in pratica le stesse strategie di digiuno delle loro consorelle, ma si ha come la sensazione che le loro privazioni siano meno rigide, o che alle loro privazioni l’agiografo dia meno importanza, sottolineandole solo raramente e solo quando divengano un caso eclatante di prova di santità: “La sua astinenza era tale, che una volta mancò poco, che non morisse per questa, mercecché per i continui, e lunghi suoi digiuni, e poco mangiare, se gli seccorono in sì fatta guisa i meati della gola, e la bocca con i denti così strettamente si chiusero, che appena con molti strumenti se li poterono aprire, per far calare nello stomaco qualche poco di liquore, o di cibo che’l sostentasse. E sebbene scampò da quel pericolo, perché il Signore l’aveva destinato per gran campione della sua Chiesa, e moderò in gran parte quella sua rigida astinenza, con tutto ciò anche così moderata, restò tanto rigida, che fu giudicata superasse l’umane forze“. Ristretto della vita del glorioso martire S. Pietro, p. 4-5.

Mortificarsi, fare penitenza per i peccati e per le colpe, annullarsi completamente nella contemplazione del Crocifisso, rivivere sul proprio corpo la passione di Gesù, abbeverare la propria anima alla sorgente della carità, nutrirsi attraverso la mistica comunione con le piaghe del Signore. E’ un estenuante, continuo allenamento a sottrarre: prima si toglie la carne, poi tutti gli altri cibi che la regola vieta, poi si rinuncia anche al pane, persino a quelle erbe amare e disgustose che si trovano sui campi e sui cigli dei sentieri e infine addirittura all’acqua, elemento assolutamente indispensabile per sopravvivere. Per maggiormente umiliarsi alcuni di loro si mettono davanti a cibo e acqua, li osservano intensamente, rendono grazie a Dio per averli creati e poi li rifiutano; è come assistere a una sorta di corteggiamento al termine del quale il corteggiatore si autocensura, negandosi la conclusione che soddisferebbe il suo desiderio. E se proprio è indispensabile bere, allora che l’acqua sia almeno calda e disgustosa; e se è proprio indispensabile mangiare che almeno il cibo sia più possibile ripugnante.

 

Ognuno di loro, ancor prima di entrare in convento o divenire terziario e continuare a vivere nella società, mette in atto una serie di rinunce con un rigore e un’intransigenza che meravigliano, spaventano, preoccupano, esaltano, edificano tutti coloro che vivono intorno ad essi. Questo perpetuo sacrificio è gradito a Dio, che anzi lo esige espressamente: più di uno di questi santi viene direttamente istruito da Gesù circa la dieta da seguire: tutto a maggior gloria di Dio, perché non morire, anzi rimanere sani, coloriti, in forze, malgrado tutte le privazioni e i patimenti, è la prova provata del miracolo. Inoltre tutta questa astinenza non deve essere ostentata: per umiltà, ma anche per non indurre all’emulazione chi potrebbe non avere la forza di mettere in pratica tali rigori, essi tengono accuratamente nascosti i loro digiuni e soprattutto le loro penitenze corporali, per tema di essere costretti a sospenderli. Più spesso Gesù, S. Domenico o S. Caterina da Siena li aiutano a dissimularli.

Accade quasi sempre che il padre confessore venga coinvolto dai parenti o dai superiori per fare opera di convinzione: che si nutrano almeno un po’, la loro salute è in pericolo (come se questa dipendesse da fattori terreni e materiali, invece che soprannaturali!) e inoltre il loro comportamento è fonte di scandalo. Per pura obbedienza essi acconsentono a ingerire qualche poco cibo, pure consapevoli – e per questo più felici ancora – delle sofferenze che tale deroga alle loro abitudini comporterà.

Atleti della fede, vengono chiamati i santi: il loro padre spirituale è come un allenatore che metta a punto la dieta per il suo campione. E così fra prove, tentativi, esperimenti a cui questi campioni di Cristo docilmente si sottomettono in spirito di umiltà e obbedienza, si tenta di conciliare la santità con le umane esigenze. Ciò non è possibile. Sembra di vederli con uno sperduto, vago sorriso sulle labbra (come ce li mostrano i loro “ritratti”, in antiporta alle loro Vite), assolutamente remissivi, docili e mansueti accettare tutte le imposizioni, mentre col cuore, con l’anima, con lo spirito e con quello che rimane del loro corpo proclamano caparbiamente, all’infinito, il loro unico, assoluto, divorante amore per Cristo. Vincono sempre loro: tornano al digiuno.

Durante le visioni estatiche, i ratti, molti di loro si abbeverano alla piaga del costato di Gesù e dopo aver gustato il sapore dolcissimo e ineffabile di quel santo sangue, nessun nutrimento terreno può essere assunto, eccezion fatta per l’ostia consacrata: corpo e sangue di Cristo in mistica comunione si trasfondono nel corpo e nel sangue dei santi, ma soprattutto – e cosa ben più importante – alimentano la loro anima. Bere il sangue, mangiare il corpo, espressioni cariche di simbologie e di ancestrali richiami: il linguaggio del misticismo trasuda tanta più fisicità, quanto più è forte l’urgenza di significare il totale annullamento di essa nell’unione mistica con Cristo. Queste donne, questi uomini assolutamente s-regolati, vogliono perdersi in Cristo, il fuori-regola per eccellenza. Essi eccedono in tutto: non mangiano, non dormono, non hanno rapporti fisici di nessun genere con gli altri esseri umani, a meno che non si tratti del prossimo sofferente e bisognoso di gesti di carità, nel quale però essi vedono non tanto uomini e donne, quanto Cristo in croce. Non parlano, osservando rigidamente la regola domenicana del silenzio e pregano, pregano in continuazione, avendo ridotto, o eletto, il loro corpo ad ara sacrificale.

L’amore che Dio porta a questi suoi figli speciali si concretizza nelle durissime prove a cui essi vengono sottoposti. Alle mortificazioni corporali volontarie si aggiungono malattie (che solo raramente vengono interpretate come causate dalle terribili condizioni di vita a cui queste donne e questi uomini soggiacciono volontariamente), tentazioni di ogni genere e inoltre ci sono le sofferenze causate dall’incomprensione dei familiari e del mondo che li circonda. La loro vita fuori dalla regola è spesso imbarazzante, induce al sospetto, ingenera il dubbio, spiazza anche le coscienze più avvertite: il demonio è sempre in agguato, occorre vigilare. Il desiderio dell’annientamento totale, della distruzione della carne ad esclusivo vantaggio dello spirito è di sicuro tentazione diabolica, peccato d’orgoglio. Non è consentito all’uomo perdere volontariamente il proprio corpo, anche se ciò avviene in nome della mortificazione cristiana. Non si accetta e non si giustifica la morte quando sia originata da un eccesso di privazioni. Perché Cristo non ha mai disprezzato il corpo dell’uomo, nel quale ha addirittura scelto di incarnarsi, verso la cui debolezza ha sempre provato compassione e pietà, dedicando ad esso e alla sua sanità i suoi miracoli.

E in verità i santi non negano la debolezza della carne altrui, ma solamente della propria: alle turbe di bisognosi che li circondano accordano non solo il conforto dello spirito, ma anche quello del corpo: ed ecco la moltiplicazione di pane, olio, miele, risanamento di farina o di vino avariati e l’elenco potrebbe continuare, anche se con tipologia piuttosto limitata. Seguono l’esempio di Gesù: le sofferenze e i bisogni dei loro fratelli e figli in Cristo sono il loro pensiero costante e la compassione, unita a una fervente carità, è il sentimento che li guida nel compiere questi miracoli, che hanno tutti lo scopo di sfamare la gente ad essi devota. Solamente nei confronti di se stessi seguitano ad essere assolutamente implacabili senza scendere mai a compromessi: non di solo pane vive l’uomo è il precetto evangelico che sta alla base di questo rapporto quotidiano col cibo. Anche se loro molto spesso non si concedono nemmeno quello.

Agnese, Caterina, Vincenzo, Claudia, Ludovico, Colomba, Pietro e tanti altri nomi semplici, di semplici uomini con un grande sogno: divenire perfetti, come angeli, senza corpo. Di più, come Cristo, del quale celebrano passione e morte in croce, ogni giorno, sulla propria pelle, pregando, digiunando; fustigando, disprezzando e umiliando il proprio corpo, ma anche esultando e glorificando il Signore e tutte le sue creature.

E, finalmente, morendo.