In praesepio

di Iolanda Olivieri e Angela Vicini Mastrangeli
Immagini della Natività nelle incisioni dei secoli XVI-XIX

La Natività è uno dei temi che nel campo della arti figurative hanno goduto di maggiore fortuna e diffusione, prestandosi a sacre rappresentazioni sia di tipo ufficiale e canonico che di devozione intima e familiare, frutto di sensibilità e culture differenti, ma sempre intrise di un senso di mistero e di magia.

Ne è stata ampiamente studiata l’impostazione iconografica con l’interpretazione dei problemi storico-teologici e figurativi connessi: analisi delle fonti, correlazioni spazio-temporali, gerarchia dei personaggi, psicologia degli atteggiamenti e così via. Il momento rappresentativo, oltre ad attingere a testi apocrifi e non, raccoglie anche elementi della tradizione, aggiungendone di nuovi in rapporto alle epoche, alle mode, alle ideologie, alla committenza e introducendo episodi di carattere non canonico.

Fonti
I dati storici sono scarsissimi, potendosi in realtà disporre soltanto della fonte dei Vangeli, essenzialmente quelli di Luca, che ci narra la nascita e l’annuncio ai pastori (2, 1-20), e di Matteo, che ci parla dell’adorazione dei magi (2, 1-12).
Ma testi di base sono anche i Vangeli apocrifi dell’infanzia, lo Pseudo-Matteo, il Protovangelo di Giacomo, che si propongono soprattutto come integrazione di ciò che non è detto nei Vangeli canonici, presentando quindi numerose indicazioni che sono servite ad un ampliamento dell’iconografia della Natività. In merito alla collocazione temporale dell’evento fu prescelta la data del 25 dicembre, giorno nel quale il mondo pagano celebrava il natale di Mitra “Sole Invitto”, culto proveniente dal mondo orientale che, a partire da Aureliano, aveva avuto grandissima diffusione nell’Impero di Occidente.
La nascita di Cristo, sole che fa rinascere a nuova vita, si veniva quindi a sovrapporre al culto di Mitra, operando un significativo trasferimento nel mito cristiano di una serie di contenuti cronologicamente precedenti, ma accolti per sincretismo di significati. La ricorrenza, cadendo nel momento del solstizio d’inverno, era legata anche all’attesa popolare del naturale alternarsi delle stagioni. Infatti nella notte tra il 24 e il 25 era uso accendere grandi falò attorno ai quali si attendeva il sorgere del sole che con la sua potenza avrebbe reso fertilità alla terra, tradizione rimasta in alcune zone del meridione ancora a forte connotazione contadina, dove nella notte di Natale si accendono falò sulle piazze delle chiese per riscaldare il bambino appena nato.

 

Pierre Louis Surugue (1710-1772) Adorazione dei pastori (particolare)

Natività

Or avvenne che, mentre essi erano là, si compirono i giorni in cui essa doveva partorire, e partorì il suo figlio primogenito, lo avvolse in pannolini e lo depose in una mangiatoia, perché non vi era posto per loro nell’albergo.” (Luca 2,6)

Le raffigurazioni paleocristiane, rigidamente ieratiche, mostrano soltanto la Madonna e il Bambino, qualche volta un profeta che indica la stella, qualche volta i Magi, ma sostanzialmente la Natività è data come un rito fuori dallo spazio, in base ad una riduzione filologica condizionata dalla reticenza dei Vangeli sullo spazio fisico della Natività.
In ambito mediorientale, a partire dal VI secolo, si stabilizza la tradizionale iconografia bizantina: la Madonna giace distesa ai piedi d’una montagna in cui si apre la grotta che ospita il Bambino, il bue e l’asino. La montagna con la grotta è stata interpretata come simbolo della terra-madre, come il monte della crocefissione, come la grotta della sepoltura e la mangiatoia è spesso un’urna di pietra, ossia culla-sepolcro. Dopo la metà del II secolo parlano di una stalla dentro una grotta il Protovangelo di Giacomo, Giustino, Origene, segnalando che ai suoi tempi era ancora possibile visitarla, e San Girolamo. Essa è sempre presente nell’iconografia delle origini, divenendo l’elemento fondamentale e caratteristico che nel 1223 si concreterà nella prima rappresentazione del presepe di San Francesco a Greccio.

In ambito occidentale invece ricorre prevalentemente l’immagine, derivata dalla devozione medioevale, della Madonna inginocchiata e adorante accanto al bimbo.
Dal Trecento in poi si afferma definitivamente l’iconografia della capanna, che si inserisce nell’elemento paesaggistico oppure, a partire dall’Umanesimo, in una scenografia di grandiose fabbriche in rovina dove i resti della magnificenza del passato segnano il crollo dal paganesimo. Il seme del cristianesimo cresce come una pianta dai ruderi della romanità e la Madonna siede con suo figlio su un rocchio di colonna come su un trono trionfale, celebrando la vittoria sul paganesimo, ma nello stesso tempo configurando il significato rinascimentale di ideale continuità del messaggio cristiano con la tradizione precedente.
Il bue e l’asino non sono menzionati nel Vangelo di Luca, che pure parla di una mangiatoia. Ne fa menzione Origene collegandosi, come lo Pseudo-Matteo, con il versetto di Isaia (1,3) ”Il bue ha riconosciuto il suo possessore e l’asino la mangiatoia del suo padrone”: bue ed asino simboleggiano quindi inizialmente i popoli che vengono ad adorare Gesù, ma nel corso dei secoli acquisiranno una semplice dimensione realistica.

 

da Marten de Vos. Adorazione dei pastori (particolare)

Adorazione dei pastori

Vi erano dei pastori in quella stessa regione, che passavano la notte all’aperto, facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore …disse loro:”…Oggi nella città di Davide è nato un salvatore che è il Cristo Signore…” Ed essi andarono in fretta e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino adagiato nella mangiatoia…” Luca (2, 8 – 16)

Qui sono narrati due momenti: l’annuncio dell’angelo e l’adorazione dei pastori; questa di norma ha un ruolo iconografico di primo piano, relegandosi solitamente l’annuncio in un paesaggio di sfondo, spesso collinare per ragioni prospettiche, che indica non solo la minore rilevanza dell’episodio, ma anche lo spazio temporale precedente a quello della scena principale. Tutta la narrazione offre il pretesto per rappresentazioni paesistiche di genere rustico-pastorale.
I pastori sono raffigurati in atto di suonare cornamuse, flauti, siringhe ed uno reca sulle spalle un agnello, sopravvivenza del tema paleocristiano del Buon Pastore; a volte sono accompagnati da donne che portano alla Sacra Famiglia i doni della vita quotidiana (uova, latte, frutti, pane).
La Madonna è inginocchiata in posizione adorante e San Giuseppe è spesso in piedi in posizione subordinata laterale. Il Bambino, adagiato nudo nella mangiatoia, è la fonte di luce della scena, elemento fondato sulle Rivelazioni di Santa Brigida di Svezia che, a metà del XIV secolo, affermava che lo splendore del Bambino alla nascita oscurava ogni altro lume presente, anche la luce del cero che S. Giuseppe sorreggeva con la mano, particolare questo che si ritrova frequentemente nell’iconografia fiamminga offrendo agli artisti l’occasione per nuove soluzioni luministiche.
L’Adorazione dei pastori simboleggia la promessa del regno di Dio rivolta per primi ai poveri e agli strati più modesti della società. Lo spontaneo omaggio del popolo è vissuto in un rapporto dialettico quasi paritario con la Sacra Famiglia, con la quale pastori e contadini condividono la povertà dell’ambiente ed una precaria situazione sociale, ma ciò non fa vacillare la fede nel riconoscimento del Re-Signore, bensì ne esalta come assolutamente naturale la scelta di manifestarsi proprio fra gli umili del suo popolo.
Nell’arte occidentale i due momenti principali della Natività, l’Adorazione dei pastori e quella dei magi, solo eccezionalmente sono riuniti in un’unica raffigurazione, anzi nel corso dei secoli le due rappresentazioni vengono sempre più distinte, attribuendosi un rilievo specifico alla Natività ed un altro all’Adorazione dei magi.

Annibale Carracci (1560-1609) Adorazione dei Magi (particolare)

Adorazione dei magi

Nato Gesù in Betlemme di Giuda al tempo di re Erode, ecco dei magi arrivare dall’oriente…Ed ecco la stella che avevano veduto in oriente li precedeva finchè, giunta sopra il luogo dov’era il bambino, si fermò. Vedendo la stella, essi si rallegrarono di una gioia assai grande, ed entrati nella casa videro il bambino con Maria sua madre e prostratisi lo adorarono, quindi, aperti i loro tesori, gli presentarono in dono, oro, incenso e mirra.” Matteo (2, 1-11)

Il termine di origine persiana “magi” indica gli indovini e gli astrologi di corte che perpetuavano nella Mesopotamia l’antica tradizione caldea, ma anche gli appartenenti alla casta sacerdotale che curava il culto di Mitra, motivo per cui nelle rappresentazioni catacombali e paleocristiane i Magi del Vangelo indossano le vesti dei sacerdoti di Mitra e il tipico berretto frigio. Sono quindi sapienti, astronomi, astrologi, sacerdoti, ma non sono re, connotazione che assumeranno solo dal VII secolo in connessione all’interpretazione messianica di versetti profetici veterotestamentari. I loro nomi cominceranno ad essere citati dal 590 circa, epoca del Vangelo armeno dell’infanzia. Il loro numero ha oscillato da due a sei, addirittura a dodici, ma nelle rappresentazioni è stato spesso suggerito da ragioni di simmetria iconografica, stabilizzandosi poi in tre in quanto cifra legata al simbolismo teologico.
Tutto l’episodio comunque ha un’alta valenza allegorica. Il giovane Melchiorre, re dei Persiani, il maturo Baldassarre, re moro degli Arabi, l’anziano Gaspare, re degli Indi, il più autorevole, colui che si prostra davanti al Bambino e in cui solitamente sono ritratte le fattezze del committente della rappresentazione sacra, possono simboleggiare le tre età della vita, le tre razze (semitica, giapetica e camitica) o le tre parti del mondo conosciute (Europa, Asia, Africa).

Jacques Bellange (1594-1638) Adorazione dei Magi (particolare)

Matteo li fa giungere dall’Oriente, cioè dalla Transgiordania e dalla penisola arabica, recando in dono oro, incenso e mirra, cui si attribuiranno i valori simbolici della regalità, divinità e umanità del Cristo (mirra come signum sepulturae). ormalmente presente nell’iconografia è la cometa, la stella-guida in cui si è voluto riconoscere un improbabile riferimento astronomico e temporale, mentre è certo riferimento veterotestamentario alla venuta del Messia: “Da Giacobbe spunta una stella, da Israele si erge uno scettro” (Num. 24,17), simbolo materializzato dello spirito di Dio, della luce divina che guida nelle tenebre spirituali.
Nell’Adorazione dei magi, segno della deferenza dei potenti nei confronti del Re-Messia, del Re delle nazioni, e della sottomissione del potere temporale all’autorità della Chiesa, è presente anche la tradizione iconografica di età imperiale romana e bizantina dello schema dei trionfi e delle processioni di re barbari e orientali che recano tributi di sottomissione all’imperatore. E’ la rappresentazione preferita dal ceto aristocratico, frequentemente accompagnata da scene di genere cortese; l’abbigliamento e l’oggettistica seguono con esuberanza decorativa la moda del periodo e la composizione è caricata di intenti celebrativi, prestandosi a contenere nei cortei ritratti di familiari e cortigiani dei nobili committenti. Infatti difficilmente la scena ha una dimensione intimistica: la Madonna non viene più vista inginocchiata in adorazione, ma regalmente seduta con il figlio benedicente in braccio in atto di ricevere l’omaggio dei Re Magi, di cui due sono ai lati della scena, mentre il terzo, obbligatoriamente, assume una posizione subordinata, caso emblematico di conflitto fra la tradizione religiosa e le esigenze della simmetria compositiva.

[Le immagini e il testo sono tratti da
Iolanda Olivieri – Angela Vicini Mastrangeli, In presepio. Immagini della Natività nelle incisioni dei secoli XVI – XIX, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1987, catalogo di circa trecento incisioni e testi illustrati casanatensi, esposti nel Salone Monumentale della biblioteca in ricorrenza del Natale 1987.]